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Ma io sono una brava persona

 

“Ma se, presso di lui, c’è un angelo, un interprete, uno solo tra i mille, che mostri all’uomo il suo dovere, Dio ha pietà di lui e dice ‘Risparmialo, che non scenda nella fossa! Ho trovato il suo riscatto’ [Giobbe 33:23-24]

Quante volte abbiamo sentito questa risposta quando si parla delle cose di Dio e del destino eterno riservato ad ogni essere umano?

Chi afferma ciò cerca di argomentare la sua tesi con: “Non ho ucciso nessuno, non ho mai rubato, non ho mai tradito mia moglie, …” e anche “sicuramente ho sbagliato tante volte nella vita, commetto tutt’ora degli errori, ma, in fondo in fondo, sono una persona perbene, pago le tasse, credo nei veri valori, …”. Fino ad ampliare il suo discorso, sostenendo che per andare all’Inferno bisogna proprio essere qualcuno che ha commesso gravi reati e peccati…

Chi parla in questo modo trascura una realtà importante: anche un sedicente peccato marginale è un atto di ingiustizia agli occhi Dio. Per esempio, la menzogna, un cattivo pensiero, l’incredulità, piuttosto che una promessa non mantenuta, la disubbidienza all’autorità.

Non esistono peccati di serie A e di serie B.

Allora si arriva all’amara conclusione che ogni giorno trasgrediamo incessantemente la legge di Dio. Dunque possiamo affermare che, come scrive l’apostolo Paolo,“non c’è nessun giusto, neppure uno. Non c’è nessuno che capisca, non c’è nessuno che cerchi Dio” [Romani 3:10-11].

Una lezione che dovette capire anche Giobbe, un uomo “integro e retto; temeva Dio e fuggiva il male” [Giobbe 1:1]

Costui, dopo essere stato colpito da un’ulcera, a suo dire senza motivo, è arrivato addirittura a reclamare che la sua giustizia fosse superiore a quella di Dio.

Se tu, che stai leggendo questo breve scritto, sei arrivato fin qui nella lettura, penserai: “ allora sono spacciato”.

Ma è proprio qui che entrano in scena i due versetti che introducono questa riflessione: sono estrapolati da un discorso elaborato da un giovane, Eliu, che, nell’intento di demolire il ragionamento del vecchio Giobbe, gli spiega il modo di agire di Dio nei confronti nell’uomo e la possibilità di una speranza.

In questa storia, ambientata al tempo dei patriarchi del popolo d’Israele, quindi forse due millenni prima di Cristo, si intravede già quello che sarà il sacrificio compiuto da Gesù Cristo, Figlio di Dio, sulla croce per espiare l’umanità dai suoi peccati “affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna” [Giovanni 3:15].

Alla fine della storia, il retto Giobbe riconobbe la sua condizione davanti a Dio.

Se perfino lui dovette capirlo, quanto più dobbiamo farlo noi. Allora alla fine potremo dire: “Avevo peccato, pervertito la giustizia, e non sono stato punito come meritavo. Dio ha riscattato l’anima mia dalla fossa, e la mia vita si schiude alla luce!”[Giobbe 33:27-28].

 

Il Signore ci benedica